Gli interventi del dott. Gabriele Garbuglia e di Don Giordano Trapasso. 24 i laboratori guidati da 50 animatori preparati dal sociologo Massimiliano Colombi della diocesi di Fermo e dal medico pediatra Gabriele Garbuglia, dell'Arcidiocesi di Ancona-Osimo.
Nella mattinata di Sabato 23 Novembre, prima di salire a piedi alla piazza della Madonna attorno alla quale sono stati predisposti gli ambienti per i lavori nei gruppi, il dottor Garbuglia ne ha presentato le modalità e i contenuti.
«Nei laboratori si darà spazio a ciascuno dei partecipanti per ascoltare le esperienze, le intuizioni, le storie e le luci che possono rischiarare la strada del cammino percorso dalle chiese marchigiane. Le tematiche sono divise in quattro ambiti: la Chiesa in ascolto, la Chiesa madre, la Chiesa famiglia e la Chiesa in missione. Ogni ambito è contraddistinto da un colore: il rosso, come il fuoco della Parola o le sofferenze delle famiglie, per indicare la Chiesa in ascolto aperta al dono di Dio e ai doni dei fratelli; il giallo, come il latte che ci ha nutrito e le spiagge, i campi e le luci delle fabbriche, per riflettere sulla Chiesa madre, capace di generare alla fede; il verde, come il sogno di comunità unite e come le colline che rendono le Marche un immenso giardino per il lavoro di tante famiglie, per pensare alla Chiesa famiglia accogliente e premurosa; il blu, come il mare che divide e unisce, che tanti missionari e immigrati hanno attraversato e che tante vittime ha ingoiato, lo stesso blu che è il colore dell’unico cielo da cui il Padre “fa piovere sui giusti e gli ingiusti“ (Mt 5,44) per confrontarsi sulla Chiesa in missione, presente nel territorio e in dialogo con le culture e le religioni. Nelle sintesi successive ai laboratori si darà rilievo alle problematiche ancora aperte e si cercheranno di individuare le scelte prioritarie che potranno rendere più efficace l’evangelizzazione nella regione Marche ed essere di aiuto alle diocesi nel cammino di fede».
(Beatrice Testadiferro)
“Il Cammino delle Diocesi e introduzione agli ambiti dei laboratori”
L'intervento di Don Giordano Trapasso
Con spirito di gratitudine a Dio e alle
Chiese marchigiane sono qui a vivere il convegno e a sintetizzare il
cammino delle tredici diocesi marchigiane. Siamo al Convegno proprio
perché le tredici Chiese locali delle Marche hanno cercato di
rispondere all’invito dello Spirito: “Alzati
e va'!”, si sono messe tutte
in cammino e continueranno a farlo anche dopo questo evento. Possiamo
descrivere il loro percorso come un
reale convenire: ognuna ha
camminato fedele a se stessa, con la propria originalità, ma i
tredici percorsi legittimamente diversi convergono in alcuni
atteggiamenti e priorità, che giustamente dovrebbero rimanere lo
sfondo anche dei nostri laboratori, per non perdere l’armonia.
Vorrei tratteggiare questi elementi comuni, trasversali
esplicitamente e implicitamente a tutti i contributi fatti pervenire
dalle diocesi alla Segreteria.
-
Il ritorno all’essenziale.
Nel momento in cui i nostri Vescovi hanno deciso e nelle nostre
Chiese locali è stato lanciato l’invito in vista del secondo
Convegno Ecclesiale, all’inizio si è forse avuta una reazione più
o meno esplicita: l’ennesima cosa in più da fare, l’ennesimo
evento straordinario che si aggiunge alle già tante cose che siamo
chiamati a portare avanti. Cosa è accaduto in realtà? Sollecitati
dalla lettera di Benedetto XVI Porta
Fidei con cui veniva indetto
l’Anno della Fede, guardando i contributi pervenuti, le Chiese
Marchigiane hanno di nuovo messo a fuoco l’essenziale: la fede
in Gesù Cristo, la vita
delle persone, i contesti
fondamentali della famiglia,
della comunità,
della vita sociale.
Forse ci siamo accorti che come Marta eravamo già affannati dai
molti servizi, tenuti in piedi con estrema generosità, col rischio
però di perdere di vista l’unica cosa veramente necessaria. Il
cammino innescato dal Convegno ci ha aiutato a rimetterla a tema.
Non penso che dovremmo vivere i laboratori con l’ansia di proporre
e fare tutto, o chissà quante cose nuove dover inventare; penso che
dovremmo essere attenti perché le nostre comunità rimangano fedeli
all’essenziale della fede e della vita. Semmai sarà il caso di
effettuare qualche potatura?
-
La memoria del Concilio Vaticano II.
Soprattutto nella fase iniziale dell’Anno della Fede e dei nostri
percorsi tutte le Chiese locali, e varie realtà ecclesiali in esse,
hanno fatto memoria del Concilio mediante celebrazioni, convegni,
incontri. Quale contributo ha portato in questo senso il movimento
avviato da questo convegno? Esso ci ha aiutato non solo a fare
memoria dei contenuti, dei documenti scaturiti dal Concilio, ma ci
ha aiutato soprattutto a fare nostro il metodo che ha seguito la
Chiesa durante l’evento conciliare: scrutare
i segni dei tempi per
prendere atto non solo della storia reale, senza fughe nostalgiche
o slanci utopici, ma per cogliere le direzioni che Dio ci sta
indicando, ritornare alle
sorgenti della liturgia e dell’ascolto della Parola, la
conversione personale e comunitaria per
essere nell’oggi la Chiesa che piace al Signore, una
progettualità missionaria in
cui siamo impegnati come testimoni,
e non come maestri. È importante rimanere sempre fedeli a questo
metodo e tener conto che i nostri laboratori sono un momento di
questo percorso.
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È il tempo favorevole.
Un frutto di tutto questo è stato l’assenza, nei contributi delle
tredici diocesi marchigiane, del solito elenco di lamentazioni o
dello sguardo pessimistico su questa società cui siamo molto spesso
abituati. Vi troviamo invece la consapevolezza che questo tempo, pur
con le sue criticità anche gravi di cui siamo pienamente
consapevoli, è un tempo
favorevole per l’annuncio del Vangelo e l’introduzione alla vita
in Cristo. Non ne è
chiaramente la fotocopia, per i duemila anni che stanno in mezzo, ma
è come se fossimo stati ricondotti ad una situazione analoga a
quella in cui è stato scritto il racconto della vita e della
missione dei primi cristiani e delle prime comunità, gli Atti
degli Apostoli. Sempre in
questi contributi troviamo uno sguardo non solo critico, ma anche
benevolo e carico di simpatia per i contesti culturali, territoriali
e sociali delle Marche in cui ci troviamo a vivere. Ci è dato di
vivere in questo tempo ed in questi territori, ci è donata la
possibilità di costruire alleanze educative e per il bene dell’uomo
con le realtà che oggi operano in questi contesti; in essi si gioca
la nostra salvezza. Sia questa la tonalità
che caratterizza oggi anche i nostri laboratori.
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È l’ora della famiglia! Proprio
in un contesto storico e culturale in cui sono messe in discussione
l’identità della stessa famiglia, le identità di genere, in cui
assistiamo con più evidenza alla fragilità della famiglia come
proposta e come realtà, per la diminuzione dei matrimoni e la
crescita delle separazioni e dei divorzi, le Chiese delle Marche,
facendolo diventare un tema di impegno esplicito o la prima
attenzione da avere nell’attuare le scelte pastorali, dicono
coralmente: è l’ora della famiglia! Le diocesi non cercano le
famiglie ideali, perfette, né si rivolgono alle famiglie per
domandare maggiori impegni pastorali, ma vogliono costruire
un’alleanza con le famiglie
reali, così come sono,
condividendone le fragilità e le fatiche effettive e sostenendole
nel riappropriarsi della loro legittima soggettività, soprattutto
nell’educazione dei propri figli. “È l’ora della famiglia”
significa anche che è l’ora che le
nostre comunità cristiane assumano con decisione lo stile della
famiglia,
che siano famiglie per coloro che non ce l’hanno o non l’hanno
potuta formare, come lo straniero-eunuco nel brano biblico che ci ha
accompagnato per tutto il cammino, e lo stile di famiglia è lo
stile della pastorale
integrata. Così stanno
cercando di muoversi le nostre tredici diocesi. È bene che
l’orizzonte della famiglia, sviluppato in questi due obiettivi,
sia tenuto presente in tutti i laboratori.
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È l’ora delle periferie! Spinti
anche dalle parole e dai gesti di Papa Francesco vogliamo cercare di
guardare e di uscire verso le periferie geografiche ed esistenziali
delle nostre parrocchie e dei nostri comuni. Questo desiderio è
trasversale a tutti i contributi delle nostre diocesi. Una delle
tredici diocesi ricordava: “La
prima accoglienza da curare è quella tra di noi, specie se pensiamo
di conoscerci già, col rischio di cedere ai pregiudizi”.
Questa frase mi fa pensare che il confine tra centro e periferia non
è sempre così netto come sembra, può essere fluido: le periferie
possono essere più vicine a noi di quanto pensiamo. L’evangelista
Luca (cap. 15)
ci racconta tre parabole
interessanti in tal senso: c’è una pecora che si è smarrita
lontano dal gregge e bisogna andare a cercarla lontano, c’è una
moneta che si è persa dentro casa e bisogna cercarla nell’edificio,
ci sono due figli che si smarriscono uno andando in un paese
lontano, l’altro rimanendo a casa. Dove c’è il centro può
crearsi una situazione di periferia così come, per la virtù
dell’amore, una periferia può diventare un centro. Ci sono
persone ferite, unioni tra divorziati, scelte di convivenza, e sono
nate esperienze molto belle di accompagnamento umano e nella fede in
alcune Chiese locali, ma ci possono essere famiglie a noi vicine che
cominciano ad affrontare momenti di crisi. Direi di evitare il
rischio, come Chiesa, di essere una
squadra di calcio senza centrocampo:
abbiamo una forte difesa costituita da tutte le esperienze di
preghiera e di spiritualità che oggi sono giustamente incrementate,
abbiamo un discreto attacco con una attenzione crescente ai poveri e
alle periferie (l’impegno delle Caritas e per le Caritas è
trasversale a tutti i contributi), ma il centrocampo? È curata la
comunione nelle nostre comunità? Sappiamo accoglierci ogni giorno
senza pregiudizi o diamo per scontato il servizio di quelli che, un
po’ infelicemente, chiamiamo “operatori pastorali”? Ci teniamo
alla cura umana e spirituale delle persone, anche di quelle a noi
più vicine? Lo stile di tale accoglienza
sia la premessa dei nostri laboratori e in essi guardiamo con
attenzione a come delineare i confini tra centro e periferie.
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Un desiderio che attraversa tutti i
contributi delle diocesi marchigiane è quello di essere Chiese
profetiche, comunità che
pensano alla luce della fede e si aprono al futuro senza lasciarsi
schiacciare sull’immediato e sulla soluzione delle emergenze.
Forse questo convegno può aiutarci a concretizzare di più nelle
nostre Chiese locali, negli organismi di partecipazione, quello che
da anni invochiamo come discernimento
comunitario. Esso necessita
dell’esercizio di un pensiero ad ampio respiro, che si accompagni
ad una forte preghiera e ad un comune ascolto della Parola. I
laboratori siano un aiuto per esercitarci nella fatica del pensare
insieme.
Forse qualcuno si domanderà: “Ma
proprio questo hanno vissuto le nostre diocesi marchigiane? Proprio
questo stanno volendo e per questo vogliono impegnarsi? Non sarà per
caso una sintesi un po’
idealizzata, edulcorata?”.
Io ho tentato di fare la stessa operazione che fa l’evangelista
Luca quando, negli Atti degli Apostoli, ci presenta i sommari sulla
vita della prima comunità cristiana (2,42-48;
4,32-37). Così li commenta
Innocenzo Gargano: “Che cosa
sono i sommari? I sommari sono degli sguardi panoramici che l’autore
dà su tutto ciò di cui ha parlato finora. È come dire: adesso
fermiamoci un attimo, stiamo salendo su di una montagna, guardiamoci
un pochino attorno e osserviamo il panorama che si può intravedere
da questa altezza, con alcune sottolineature, indicando alcuni punti
emergenti all’interno di questo panorama. Niente di più. E
naturalmente può essere anche che questo panorama, proprio perché
lo si guarda con un po’ di distanza, si presenti in modo idilliaco:
tutto sembra bello, pettinato, pulito. Magari, se si va un pochino
più vicino, non è così luminoso, non è tutto oro quello che
riluce. Però se voi avete fatto l’esperienza di osservare una
valle dall’alto di una montagna, non potete fare a meno di
costatare che è bellissima, tutto preciso. Così è successo anche
per i sommari di Luca” ().
Questo convegno e gli stessi laboratori possono essere l’occasione
per avere questo sguardo panoramico sulle nostre Chiese locali e
sulla Regione Ecclesiastica che ci accomuna, perché al nostro
ritorno possiamo portare l’armonia che abbiamo contemplato e nella
quale abbiamo cercato di “profetizzare” anche nei particolari o
in quelle situazioni in cui non è
tutto oro. Buon lavoro!
I. GARGANO, Lectio divina sugli Atti degli Apostoli/1, EDB,
Bologna 2001, 113-114.
Loreto, 23 novembre 2013
Ufficio Stampa del 2° Convegno Ecclesiale Marchigiano
Ancona-Loreto 2013
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