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“Scrutare i segni dei tempi” PDF Stampa E-mail
domenica 24 novembre 2013

Il testo integrale dell'intervento della Sig.ra Paola Agnani, presidente dell'IRCR - Macerata (Azienda Pubblica Servizi alla Persona): Venerdì 22 Novembre 2013 al Convegno Ecclesiale Marchigiano, dopo la Prolusione del Card. Bagnasco, presso il Teatro delle Muse ad Ancona. 

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Viviamo in tempi difficili, accelerati, in cui la mancanza di senso segna la vita di tanti; sono i tempi dell’effimero e dell’apparire, tempi in cui è il profitto a dettare le sue logiche, dove è difficile paradossalmente comunicare, dove trova più spazio il relazionarsi che non il legame, dove il dolore dell’altro non ci appartiene più; si è indifferenti, chiusi in ruoli frantumati che sono segno di un grande malessere dell’anima. Viviamo una crisi che, ancor più grave di quella economica, è culturale!

La secolarizzazione, che non ha risparmiato nessuna dimensione della vita dell'uomo, mette, infatti, in crisi anche il senso cristiano della nostra fede che deve essere costantemente ricercata, inseguita, attraverso un esodo da una cristianità che non riesce ad annunciare la morte e la resurrezione di Cristo, fa fatica a evangelizzare il mondo odierno.

La crisi economica che stiamo vivendo non ha risparmiato la nostra Regione: la chiusura di tante aziende di piccola e media dimensione, l’invecchiamento della popolazione, la precarietà di molte famiglie che vivono il disagio della separazione, hanno aumentato gli interventi caritativi.

Le Marche stanno diventando sempre più multietniche; secondo fonti Caritas, gli immigrati raggiungono l’8% della popolazione complessiva della Regione e il fenomeno dell’immigrazione, in questi anni, è passato da un’immigrazione composta prevalentemente da singoli individui a una caratterizzata dalla forte presenza di nuclei familiari, con un aumento dei problemi legati all’integrazione sia nell’ambito scolastico sia nell’accesso ai servizi sociali e sanitari.

In questo contesto sono tante, per chi opera nella carità, le sollecitazioni ad azioni concrete che diano risposte immediate alle sfide di vecchie e nuove povertà.

Nelle Marche secondo i dati rilevati dai CSV al 30 giugno 2013, le OdV presenti sul territorio regionale ammontano a 1626; alcune di queste sono articolate sul territorio con sedi secondarie che ammontano complessivamente a 113.

La Regione Marche si colloca tra le regioni con il più alto numero di organizzazioni per abitante; nel 2003 i cittadini coinvolti in attività di volontariato sono stati 30.314.

Attraverso l’analisi di bisogni primari e l’ascolto, emerge una forma di povertà legata a una dimensione più intimistica dell’individuo che è il bisogno di sicurezza, d’appartenenza, di stima, di crescita in un’autoconsapevolezza che lo porti a essere il soggetto del proprio sviluppo.

Le fragilità paradossalmente sembrano più legate all’essere che non all’avere e le azioni messe in campo, sembrano non essere sufficienti. La carità limitata e imprigionata nel “fare e nell’operare” dimentica di mostrare la fede che la determina, dimentica di testimoniare Amore e Verità.

San Paolo nell’inno alla carità ci ricorda per ben tre volte che la carità non è qualcosa da fare, ma qualcosa da avere: La carità riguarda il soggetto, non l’oggetto, riguarda la persona, non la cosa, riguarda l’io. Questo ci aiuta a spostare l’attenzione su noi stessi, più che sull’opera, ci porta a interrogarci se noi abbiamo questa carità, senza la quale tutto quello che potremmo fare a nulla ci servirebbe, perché saremmo bronzi che rimbombano.

Verità e carità, perché la carità sarà autentica, solo se renderà testimonianza alla Verità; solo se sarà sostenuta da una fede viva che trova nella morte e resurrezione di Cristo la ragione del suo esistere.

Benedetto XVI nell’enciclica CARITAS IN VERITATE ci ricorda che in Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto. Egli stesso, infatti, è la Verità (cfr. Gv 14,6).

L’autentica carità è allora rivelazione dell’amore del Padre che in Cristo si dona agli uomini, essa regola tutte le relazioni e non è benevolenza o aiuto ai bisognosi, ma la vera carità viene da Dio e a Lui conduce.

Avere fede non è credere che Dio esista; questo è un concetto molto riduttivo che rischia di farci pensare a un Dio lontano da noi, che possiamo tranquillamente lasciare nei cieli e ripescare ogni qualvolta qualcosa non va secondo i nostri desideri racchiudendolo nei nostri ragionamenti per averLo in “nostro potere”. Questo è un concetto di Dio limitato al pensiero meramente umano. Che Dio c’è ed è altro da me ci porta inesorabilmente a relativizzare ogni cosa, ci porta a quell’apostasia silente che purtroppo serpeggia sempre più tra i cristiani di oggi e che è peggiore di qualsiasi forma di ateismo; ci porta a una morale individuale che è ripiegamento in noi stessi, chiusura, solitudine, morte: di Dio e del fratello!

Fede è conoscenza di Dio, un Dio che si è rivelato agli uomini, con un’iniziativa che nasce da un Suo atto totalmente libero, totalmente gratuito, mostrandoci il volto di un Padre che ha cura delle sue creature e che si è incarnato in Cristo per assumere la nostra condizione e indicarci la via per la vita.

Poter dire di credere in Dio è dunque insieme un dono – Dio si rivela, va incontro a noi – e un impegno, è grazia divina e responsabilità umana, in un’esperienza di dialogo con Dio che, per amore, «parla agli uomini come ad amici» (Dei Verbum, 2), parla a noi affinché, nella fede e con la fede, possiamo entrare in comunione con Lui.

Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, «la fede è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela» (n. 166).

È dunque un’adesione a un gesto di amore, un atto di fiducia, di affidamento a Colui su cui dobbiamo fondare tutta la nostra vita, lasciando che la sua Parola orienti ogni giorno le nostre scelte concrete, senza temere di perdere qualcosa di noi. Dobbiamo imparare a correre “il rischio dell’abbandono” per lasciarci stupire dal miracolo “della meraviglia”; miracolo che ci permetterà di vedere allargati i nostri orizzonti e potenziati i nostri talenti. La fede è, dunque, conversione verso Dio da realizzarsi ogni giorno attraverso una scelta personale che ci chiama a un legame, a una relazione, in cui lo spazio del dialogo è già stato riempito dall’Amore di Dio. Perché Dio è AMORE!

Ripensare alla fede ci porta, inevitabilmente, a ripensare al battesimo che ci radica a Cristo risorto e ci apre a una vocazione che è quella della santità. Vuol dire entrare in-comunione con Lui, accettare il suo piano di salvezza pensato per ciascuno di noi, condividere la Sua stessa essenza.

Essere amore diviene allora la vocazione di ogni uomo, l’impegno che c’è consegnato col battesimo e che ci apre alla missione.

Dio, il Santo, ci dona il Suo amore e di fronte a lui l’uomo percepisce la sua miseria ma redento dal Figlio e reso figlio è chiamato alla missione, al servizio di annunciare e rendere presente il Suo regno.

Tra la chiamata di Dio e la missione c’è la libera risposta dell’uomo, chiamato a uscire da sé per portare nella realtà quotidiana in cui vive la certezza che gli viene dalla fede: la certezza, cioè, della presenza di Dio nella storia, anche oggi una presenza che porta vita e salvezza, e che apre a un futuro con Lui per una pienezza di vita che non conoscerà mai tramonto.

Con questa fede quale corresponsabilità per la promozione umana e cristiana di ogni uomo?

Parlare di corresponsabilità significa scoprire la nostra personale responsabilità, significa riscoprire le motivazioni delle nostre scelte, della nostra scelta, non di fare Carità, (la Carità, l’amore, è il volto di Dio) ma d’ESSERE con… per…: con i poveri, per… con Cristo per Cristo!

Questa la scelta fondamentale che deve motivare le nostre azioni, rendendo vocazione il ruolo che il battesimo ci dona.

Cristiano non è un aggettivo ma un sostantivo, perché riferito a una persona abitata dall’Amore.

Dio ha un progetto per ognuno che è un progetto di vita, salvezza, amore. Rispondere a questo progetto è affinare la nostra responsabilità, formandola con una fedeltà che ci permetterà di vivere una comunione con Dio, capace d’illuminare ogni relazione, e donarci quella speranza che ci rende testimoni.

Siamo chiamati a evangelizzare attraverso una responsabilità che nasce dalla libertà perché ne è un elemento costitutivo, ne è una priorità.

Responsabilità che è cammino di libertà di cui l’ultimo stadio è vivere con gioia, in atteggiamento attivo, nella convinzione che l’essere responsabili è la natura dell’uomo.

"Amare significa lasciarsi interpellare, sorprendersi invocato e chiamato alla responsabilità" (Levinas).

Il nostro essere in un organismo di carità diviene, allora, un farsi prossimo come il samaritano sull’esempio e con la forza (grazia) che ci viene da Cristo.

S. Paolo ci ricorda che non viviamo per la legge ma per ciò che siamo divenuti attraverso lo Spirito di Cristo che è vita. L’agire è segno dell’essere.

Siamo figli di Dio, agiamo da figli e da fratelli.

Dobbiamo vivere la libertà come possibilità di dare un sì a Dio attraverso il dono di noi, perché è attraverso questo dono che si arriva alla realizzazione della vita. La libertà non è capacità di autodeterminarci, ma per noi cristiani è realizzare le finalità della nostra natura e noi diventiamo veramente noi stessi, in altre parole siamo liberi, quando andiamo incontro a Dio, quando ci autorealizziamo in una relazione dove siamo riconosciuti e gratuitamente scelti.

Dobbiamo inquadrare la responsabilità in quest’ottica perché essa è la consapevolezza di aver scelto Dio. Questa responsabilità guida le nostre azioni che non sono per l’uomo, non facciamo filantropia, ma raggiunti dall’amore misericordioso di Dio sentiamo di dover amare gli altri come fratelli per restituire. Dobbiamo fondere la nostra Carità con quella di Dio perché sia purificata da ansie, protagonismi, preoccupazioni e mostrare che Dio abita in noi!

La frattura tra fede e vita che tanto caratterizza la cultura di questo nostro tempo è determinata dallo squilibrio tra coscienza e libertà.

Per combattere le “strutture di peccato” che circondano oggi la nostra vita, dobbiamo usare la responsabilità come un antidoto, Le scelte personali sono decisive: il laico oggi nella Chiesa ha delle grandi responsabilità perché esso esercita la sua vocazione nel mondo. E questa vocazione è annunciare all’umanità di oggi, persa nella ricerca di senso, resa fragile da logiche individualiste, distratta da false ed effimere filosofie che Cristo è morto e risorto!

Annunciare il Vangelo, proclamare che Dio è Padre fedele e misericordioso, ha una ricaduta positiva a livello culturale particolarmente nell’ambito del dialogo, nelle relazioni personali e tra i popoli. “L’evangelizzazione deve condurre la coscienza a comprendere che solo la relazione di figliolanza con Dio sostiene i rapporti di giustizia e solidarietà tra gli uomini”. “In tal modo la Fede diviene cultura e svela tutta la sua valenza di Liberazione e Promozione Umana” (Schianchi).

Verso quale impegno?

Se questa è la responsabilità, l’impegno è un cammino di conversione che ci permette di metterci in modo diverso nella storia. Siamo chiamati a una partecipazione della mozione dello Spirito Santo, che ci chiama in questo nostro oggi a una partecipazione personale e che coinvolge tutto il nostro essere, arricchendo la nostra esistenza.

Con questa responsabilità la carità assume il volto di una solidarietà che è esperienza vissuta e che non deve essere auto-referenziata ma vista nella logica dell’evangelizzazione e passata agli altri perché non venga meno l’amore.

  • È una vita consapevole che dobbiamo essere per l’altro, perché non può esistere una vocazione che non sia servizio per gli altri. “Altro” che è il fratello da amare perché diventi capace d’amore, attraverso l’esperienza di una donazione che è forza trasformatrice.

  • Solidarietà è dare un po’ di se stessi per ritrovare orizzonti più vasti, restituendo un dono e proponendo un messaggio cristiano che diviene nuovo perché ora, in questa realtà, in questo tempo, accogliendo il diverso, lo straniero, lo scopro nuovo nell’eccezionalità della fede.

  • È ampliare la nostra vocazione perché mi accorgo di contare di più dinanzi a Dio, se Egli mi affida il fratello.

  • Solidarietà è superare le difficoltà inerenti al passaggio dalla sfera privata a quella pubblica perché so che non è importante saper fare, ma far sapere, testimoniare. È importante essere per l’altro, perché ciò scardina la logica dell’ostilità, come criterio della politica, rimettendo in circolo, in modo insieme profetico e laico, il potenziale politico dell’eredità giudaico – cristiana, dando la misura di una responsabilità che nello stesso tempo è all’altezza della dignità umana ed è politicamente esercitatile (Roberto Mancini).

  • È testimoniare una solidarietà che sarà “lo zoccolo duro”, le ali di una società civile repressa tra Stato e mercato (Zamagni). Solidarietà che non è assistenza né generico volontariato ma reintegrazione, restituzione a ognuno dei propri diritti, coscienti che questo è l’unico modo per costruire la pace.

  • Solidarietà è essere attori diretti nell’individuare le vie possibili per contribuire all’affermazione dei diritti umani, per contribuire al bene comune, alla formazione di una coscienza collettiva, consapevoli dell’alto valore della dignità umana, e della nostra forza comunicativa presso le istituzioni.

  • È annunciare il Vangelo della Speranza attraverso quella via privilegiata che è la Carità.

Vivendo in questo modo l’impegno, la nostra proposta di vita diviene evangelizzante perché ci apre alla comunione, alla condivisione, approdo di ogni responsabilità, e diviene voglia di trasparenza, di vedere con il cuore oltre le cose, oltre il tempo. Diviene voglia d’eternità; voglia di relazione con Dio, che ci chiama continuamente all’esistenza, e con i fratelli.

Sarà la comunione che ci aiuterà a scoprire le potenzialità di ognuno, per riuscire a vivere in un clima di collaborazione le situazioni, valorizzando le capacità dell’altro come dono di Dio, un dono per me.

Sarà la comunione a farci progredire “in una libertà esteriore e interiore, per passare da una libertà liberata accompagnata da Dio, il Dio dell’alleanza, a una libertà donata, accompagnati dal Dio della creazione che come suoi collaboratori ci sollecita a superare le difficoltà attingendo alla sua Grazia, a Cristo”.

Comunione allora come dialogo! Siamo innescati in un dialogo che è quello dell’Amore Trinitario. Questo afferma la dignità dell’uomo e la necessità di formare le nostre coscienze perché non sempre il bene che vogliamo riusciamo a compierlo. L’obiettivo della formazione delle nostre coscienze è saper dare risposte al Signore che chiama all’esistenza attraverso la vita, donandosi in una relazione che è dialogo; che ci chiama a vivere responsabilmente quella condizione che costituisce la nostra vocazione.

Solo una coscienza libera e fedele vive la potenzialità dell’Amore! E chi opera nella Carità, deve essere testimone dell’Amore, della sua forza trasformatrice! Dobbiamo incidere sull’ambiente in cui viviamo, renderlo migliore perché si creda nell’Amore! Questo il messaggio di Speranza che dobbiamo portare, questo il nostro contributo all’evangelizzazione.

L’uomo, in comunione con l’Amore, sarà amore, sarà nella Verità per fare la verità. Scoprendo l’alterità in se stessi e negli altri, si ha la vera esperienza di mettersi in un cammino di fede; fede che è relazione e che guarda alla Trinità come all’unica fonte di comunione, come a una fonte normativa, come a un’etica da vivere, fede che è sequela a Cristo, che dà valore al nostro presente dando senso a quella speranza che è pienezza di vita. Fede che è la “spinta propulsiva” alla nostra Carità. Allora come San Paolo potremo dire: “... Caritas Christi urget nos... l’amore di Cristo ci costringe, perché siamo giunti a questa conclusione: che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono, e se viviamo è solo attraverso la Sua morte!

Verso la testimonianza.

  • La fede, che non deve essere proclamata a parole o attraverso riti, deve vedersi attraverso l’esercizio della carità e testimoniata attraverso un cammino comunitario. Esso, collocandosi nello spazio e nel tempo, ci rende testimoni di desideri e speranze; ci prepara a metterci in maniera critica di fronte a noi stessi per abitare il tempo che cambia, per ascoltare il mondo e percepire i segni dei tempi, come custodi fedeli di “memorie”, pronti a quelle novità del tempo a venire. 
Dobbiamo mostrare una fede che ci chiama a una sfida e a un rischio; che ci faccia ripensare a un impegno educativo e politico, in un tempo in cui questi valori sono disattesi, per realizzare un’incidenza sociale che apporti la novità di quei valori come la solidarietà, la gratuità, l'accoglienza, capaci di promozione e sviluppo. 


  • La nostra fede ci deve portare a essere: “essere carità” nelle nostre storie che s’intrecciano con quelle di tante altre, nella società e in quella grande famiglia che è l'umanità.
Il nostro cammino è il cammino di un piccolo popolo alla ricerca del Volto che dà compimento e senso alla nostra vita e che vuole trovare, attraverso la via privilegiata della Carità, la strada della santità.

         

In foto: Paola Agnani a Macerata il 7 Giugno 2012. Fonte: www.cronachemaceratesi.it External link  
 
 
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