| La prospettiva socio culturale |
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| domenica 24 novembre 2013 | ||||||||
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Intervento del prof. Sergio Belardinelli al Convegno Ecclesiale Marchigiano, Venerdì 22 Novembre al Teatro delle Muse di Ancona.
Nelle Marche come nell’intero Paese, lo scenario socio-culturale contemporaneo sembra contrassegnato in modo pervasivo dalla parola “crisi”. Ovunque si volga lo sguardo – dal mondo del lavoro a quello dell’educazione, dalla famiglia alla chiesa, dai giovani agli anziani – è sempre di crisi che prevalentemente si parla, spesso sottacendo quelli che sono aspetti positivi che potrebbero anche aiutarci a venirne fuori.
A questo proposito giova forse ricordare che la parola “crisi” proviene dal linguaggio della medicina. Con essa Ippocrate indicava il momento decisivo che segue l’acme di una malattia, facendola evolvere in senso positivo o negativo, verso la guarigione o verso la morte. C’è dunque nella parola crisi un riferimento duplice: un riferimento alla salute e alla guarigione e uno alla malattia e alla decadenza. Purtroppo, però, mi pare che, nell’uso che ne facciamo oggi, questa incoraggiante duplicità sia scomparsa; ci siamo poco a poco assuefatti all’idea che il bene e la salute siano ormai alle nostre spalle, che il massimo che possiamo fare, su tutti i fronti, sia di limitare il più possibile i danni. Ed è questa rassegnazione uno dei più perniciosi segni dei tempi col quale siamo tutti chiamati a fare i conti. Un grande intellettuale laico, Benedetto Croce, amava ripetere che “cascasse il mondo ci sarà sempre materia per fare il bene”. Un modo come un altro per dire che in nessuna situazione difficile dobbiamo perdere la speranza, la speranza nel futuro.
“Voi non dovete affliggervi come gli altri che non hanno speranza”, dice San Paolo ai Tessalonicesi. E oggi lo dice a noi marchigiani!
Certo, se guardiamo alcuni dati empirici relativi alla situazione sociale della nostra Regione, non è facile avere speranza. Tra aprile-giugno 2012 e aprile-giugno 2013 ben 26mila occupati marchigiani hanno perso il loro posto di lavoro e questo, sommato alla quantità imponente dei giovani in cerca della loro prima occupazione, ha spinto il tasso di disoccupazione vicino all’11% (12,7% per le donne e 28,6% per i giovani).
Negli ultimi anni si è registrato purtroppo un costante aumento di disoccupati con età compresa tra 15 e 24 anni. È pur vero tuttavia che il 28,60% dei giovani disoccupati marchigiani è un dato assai inferiore sia rispetto al 35,49% della media nazionale, sia rispetto al 31,96% della media riferita all’Italia centrale. Su questo punto le Marche sono al sesto posto, dopo Trentino, Veneto, Valle d’Aosta, Emilia Romagna e Lombardia. Sappiamo però che, anche nelle Marche, il problema dei giovani va ben oltre quello della loro disoccupazione. Sarebbe da indagare, ad esempio, che senso danno i giovani al lavoro e alla vita in generale, l’educazione che hanno ricevuto e quindi la loro consapevolezza o meno di essere inseriti in una catena generazionale, la sfiducia che in genere si nutre nei loro confronti (un po’ anche all’interno della chiesa), l’estraniazione generata dagli strumenti digitali e altro ancora. Ma tutto questo aprirebbe il discorso sulla più ampia emergenza antropologica del nostro tempo, che qui possiamo solo accennare.
La mancanza del lavoro e la sua precarizzazione incidono ovviamente sulle dinamiche di formazione delle nuove famiglie. Nel 1993 si celebravano nelle Marche 6812 matrimoni; nel 2011 sono scesi a 4655. Tra il 2008 e il 2011 il numero di matrimoni celebrati nelle Marche è diminuito del 6,9%, un calo che è assai più alto del dato medio nazionale che è pari al 4,5%.
La famiglia marchigiana appare sempre più fragile, più piccola e più povera. Crescono le separazioni e i divorzi. Nel 2012 le coppie che si sono separate o divorziate sono rispettivamente 2099 e 1296; il numero dei figli minori affidati è pari a 1648 nelle separazioni e 579 nei divorzi. È in calo invece il numero di componenti per famiglia. Nel 2012 tale numero è pari a 2,4; nel 1971 era pari a 3,56; nel 1991 era pari a 2,92. La famiglia marchigiana è infine economicamente sempre più povera. Nel 2012 ben l’8,6% delle famiglie marchigiane sono al di sotto della linea di povertà relativa. Un valore purtroppo molto alto se si pensa che solo l’anno prima l’incidenza della povertà relativa era pari al 5,2% e la media decennale (2003-2011) al 6,2%.
Le cose vanno decisamente meglio se guardiamo alla vita media dei marchigiani, superiore agli 80 anni per gli uomini e agli 85 per le donne. Se però associamo questo dato ai bassi tassi di natalità della nostra Regione (nel 2011 era di 1,39 figli per donna), ecco che vediamo emergere anche nelle Marche il grave problema dell’invecchiamento della popolazione. Il 22,9% dei residenti nella nostra Regione ha più di 65 anni (in Italia il 20,8%). Fatto pari a cento il numero dei giovani, gli anziani nelle Marche sono 170, circa 23 anziani in più rispetto alla media nazionale. Inutile sottolineare come una società che non mette più al mondo i figli non è soltanto una società che invecchia, una società di pensionati, ma una società avvizzita, senza speranza e per questo terrorizzata dalla vecchiaia e dalla morte.
Uno sguardo speciale merita il fenomeno dell’immigrazione. Nel 2012 la popolazione straniera residente nella nostra Regione raggiungeva le 138.800 unità, pari al 9% della popolazione marchigiana e al 3,2% degli stranieri residenti in Italia. A un primo sguardo superficiale, questa significativa quota di immigrati potrebbe sembrare un paradosso, visto il numero rilevante di coloro che sono alla ricerca di una prima occupazione, eppure gli immigrati rappresentano un’opportunità, non soltanto per il tessuto economico della nostra Regione, ma anche per quello culturale, uno stimolo a fare i conti con la nostra storia, che è stata tra l’altro anche una storia di emigrazione, e a valorizzare il nostro carattere, forse un po’ chiuso e poco incline alla faciloneria in tutti i campi, ma generoso, tenace e accogliente. Alcuni dati, infine, sulla chiesa marchigiana, che riprendo da uno studio di Luca Diotallevi riferito all’anno 2003, ma il cui trend dovrebbe valere anche oggi. Stando a questo studio, le Marche hanno il clero diocesano con l’età media più alta d’Italia: quasi 65 anni, a fronte dei 60 anni della media nazionale. In compenso siamo tra le Regioni con la più alta densità del clero rispetto al numero degli abitanti: quasi lo 0,8 di sacerdoti per ogni mille abitanti, a fronte dello 0,58 della media nazionale. Il più basso d’Italia è infine il numero delle ordinazioni sacerdotali rispetto ai sacerdoti presenti in Regione: meno di 10 per mille, a fronte del 14 per mille su scala nazionale. (Cfr. L. Diotallevi, La parabola del clero, Fondazione Giovanni Agnelli, Torino 2005).
I pochi dati che ho riportato sul lavoro, sulla famiglia, sull’immigrazione e sulla chiesa non rappresentano ovviamente un quadro esaustivo del contesto socio-culturale della nostra Regione; sono però sufficienti a comprendere come anche le Marche siano ormai immerse nei problemi che affliggono l’intero Paese. Non siamo più un’isola felice, come si diceva qualche anno addietro. È per questo che oggi la Chiesa marchigiana dice a tutti “alzati e va’”. Vogliamo trasformare questo tempo di crisi in un laboratorio di speranza, nella consapevolezza che la speranza non è soltanto una virtù teologale, anzi, proprio perché teologale ed essendo il nostro in Dio incarnato, essa è anche una virtù civile e sociale.
Se le ricerche sociologiche e soprattutto la realtà sociale del nostro tempo ci parlano di un diffuso e preoccupante deficit di speranza, noi ci sentiamo impegnati a ricostruire a tutti i livelli le condizioni che la rendono possibile. Non possiamo ovviamente creare posti di lavoro per i giovani, né possiamo dare incentivi affinché vengano messi al mondo più figli o vengano accuditi meglio gli anziani, tuttavia nella nostra regione è già operante un Osservatorio Permanete delle Povertà che, in collaborazione con le istituzioni pubbliche, promuove empori Caritas, mense per chi non ha di che mangiare, case di ospitalità per senza tetto e altre iniziative simili. Abbiamo imprenditori che destinano ai poveri una parte dell’utile delle loro imprese; la Caritas regionale, insieme alla Regione Marche, sta studiando la possibilità di offrire un salario minimo ai disoccupati; diverse diocesi hanno dato avvio al “Progetto Policoro”, un’iniziativa ecclesiale nazionale che mira a fronteggiare la disoccupazione giovanile, puntando sulla formazione e sulla promozione dell’imprenditorialità giovanile. Non dimentichiamo infine che nelle Marche ci sono circa 300 oratori che, pur con grandi difficoltà, lavorano con i giovani e le famiglie. Insomma la chiesa marchigiana non sta certo con le mani in mano. Forte della fede in Gesù Cristo, il primo e più importante segno dei tempi, essa cerca di ricostruire un “contesto” di vita individuale e sociale, nel quale sia possibile recuperare il legame costitutivo di ciascuno di noi con l’altro, con la storia e le storie che contraddistinguono ciò che siamo. E questo è importante, considerato che solo ricostruendo questi legami riusciremo a rompere quella sorta di teca di ghiaccio che ci tiene come prigionieri in un presente senza storia e a guardare con fiducia al futuro.
Come si legge nella “Spe Salvi
”, “elemento distintivo dei cristiani, è il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente” (n.2). La speranza cristiana tiene aperto il futuro davanti a noi; ci pone al riparo, non dall’incertezza, dall’imprevisto, dalla libertà, ma dalla paura. Qualsiasi cosa accada, Dio ci è vicino. Il futuro è come raccolto nell’”oggi” di Dio, dal quale traiamo forza e speranza. Nell’anno della fede che sta per chiudersi tra qualche giorno, la chiesa marchigiana ribadisce di non avere altro da offrire a questo nostro tempo, se non Gesù Cristo, morto e risorto per tutti, e le “opere” che questa fede è stata ed è tuttora capace di generare in ogni ambito della vita dell’uomo, specialmente dove l’uomo soffre e ha bisogno d’aiuto. D’altra parte non comprenderemmo la “marchigianità” senza tenere conto di questa fede. Il tessuto produttivo marchigiano, basato sulla piccola e media impresa, la proverbiale laboriosità dei marchigiani, la nostra capacità di combinare il carattere della gente di montagna, attaccata alla terra e alle tradizioni, con l’apertura della gente di mare sono tutti tratti forgiati nel tempo dalla luce della fede. Lo stesso dicasi per la bellezza del nostro paesaggio: un meraviglioso palinsesto nato dal lavoro di generazioni e generazioni di contadini, costruttori, pittori, architetti e scultori che costituisce la straordinaria unicità della nostra Regione, la dimostrazione più eloquente della profonda generatività della fede cristiana. Come abbiamo scritto nel documento preparatorio a questo nostro incontro, ne va non soltanto della nostra ricchezza economica, cosa di cui peraltro sembra che stiamo diventando sempre più consapevoli, ma soprattutto della nostra storia, della nostra tradizione e della nostra identità. Nell’additare la bellezza del nostro paesaggio culturale come esempio di una fede umile, operosa e intelligente, la chiesa marchigiana guarda con fiducia al futuro.
Ufficio Stampa del 2° Convegno Ecclesiale Marchigiano
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