| I cresimandi incontrano mons. Coccia |
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| mercoledì 28 marzo 2012 | ||||||||
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Lunedì 26 marzo, circa trenta ragazzini di dodici anni, in procinto di ricevere il sacramento della Confermazione e provenienti dalle parrocchie di Cristo Re e di San Fabiano in Villa Ceccolini (Pesaro), sono stati ricevuti – insieme a don Matteo, suor Oliva e altri catechisti – da S. E. Mons. Piero Coccia, che li ha accolti nella sua “casa”, l’Episcopio.
L’incontro (uno di quelli che l’Arcivescovo periodicamente tiene con tutti i “cresimandi” dell’arcidiocesi) è stato, come si può immaginare, molto vivace e allegro, pur toccando le questioni più profonde ed essenziali della vita. Quei ragazzini, pienamente a loro agio e per nulla intimiditi, hanno risposto con intelligenza e spontaneità alle domande di mons. Coccia, al quale hanno poi chiesto di raccontare della sua vocazione al sacerdozio, del perché è diventato vescovo, di come trascorre le giornate. Attraverso la storia di uno di loro, Federico (che è poi la storia di ognuno di noi) l’Arcivescovo ha condotto i suoi giovanissimi interlocutori a riflettere su alcune verità inconfutabili: non siamo stati noi a decidere se nascere, dove nascere, quale scuola frequentare; neppure siamo stati noi a decidere se ricevere il battesimo e se avere un certo tipo di educazione. Il che significa che ognuno di noi è “strutturalmente” dipendente, non si fa da solo, non è autonomo costruttore del suo destino. “Allora ‘Federico’ non è libero?”, ha chiesto l’Arcivescovo. “È costretto ad essere quello che l’ambiente, la famiglia, la società vogliono?”. Certamente no. I genitori hanno solo posto le condizioni perché Federico potesse scegliere liberamente, anche se è vero che la sua (come la nostra) libertà resterà sempre legata a quella originaria dipendenza . Ecco allora il significato del Sacramento della “Confermazione”: confermare liberamente quanto i genitori con il Battesimo hanno deciso per noi: l’appartenenza alla Chiesa Cattolica. “Ma ne vale la pena? C’è convenienza?, li ha provocati mons. Coccia. “E poi perché seguire proprio Gesù e non altri? “Perché Gesù è unico!”, ha risposto prontamente un ragazzino. “Perché Gesù è risorto!”, gli ha fatto eco Giovanni, andando subito al cuore della questione. Ma l’Arcivescovo è andato ancora più a fondo. “Che Gesù sia risorto non basta. Perché se a noi la resurrezione non interessasse, se accettassimo tranquillamente di morire o di veder morire i nostri cari, neppure Gesù risorto sarebbe interessante”. Lo è, invece, proprio perché corrisponde alle esigenze più vere del nostro cuore: vivere una vita grande, dignitosa, utile, senza dissiparla o svenderla ai tanti idoli che si trovano in circolazione ; dare speranza alla sofferenza ; poter dire a noi e a chi amiamo: tu non morirai. I ragazzi, che hanno seguito attentamente, hanno poi chiesto a Mons. Coccia perché aveva “deciso” di diventare vescovo: “È una cosa che non si decide, ha spiegato, perché è una scelta esclusiva del Papa a cui si obbedisce. Si può decidere invece di diventare sacerdoti”. E così ha ricordato quando, alla loro età, frequentava la parrocchia del “Sacro Cuore” di Ascoli, piena di ragazzi, di iniziative, di giochi e campi estivi, ma anche di momenti di preghiera e riflessione. E dove c’era un giovane sacerdote così appassionato alla vita e alla chiesa da suscitargli il desiderio di essere, da grande, come lui e di scegliere la stessa strada. Un racconto, quello dell’Arcivescovo, che, pur nella sua unicità, conferma ciò che vale per tutti e che auguriamo di sperimentare anche a quei trenta ragazzini: che l’adesione al cristianesimo non nasce come adesione a una dottrina o a delle regole, ma è l’incontro con persone e fatti che danno sapore e orientamento alla vita. Paola Campanini
Arcidiocesi di Pesaro
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