| “Attraverso l’esempio e la testimonianza” |
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| mercoledì 28 marzo 2012 | ||||||||
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Più volte l’Arcivescovo Piero Coccia ha dichiarato che nella nostra arcidiocesi sono ancora numerosi i genitori che chiedono per i figli i sacramenti dell’iniziazione cristiana.
Certo, la loro domanda non è sempre dettata da forti motivazioni, ma resta il fatto che c’è e può costituire per la chiesa locale una grande opportunità missionaria. La parrocchia, pertanto, è chiamata ad “accogliere incondizionatamente” i genitori, in qualunque situazione di vita si trovino e a coinvolgerli in “percorsi di riscoperta adulta della fede”: con l’obiettivo di indirizzare più in profondità la loro “cura” educativa e rivolgerla non solo alla vita fisica, sociale, culturale dei figli, ma anche e soprattutto alla loro fede. Una conferma della necessità di questa “alleanza” tra famiglie e parrocchia si è avuta sabato 24 marzo nell’incontro, promosso da don Giampiero Cernuschi, tra l’Arcivescovo e i genitori dei ragazzi che frequentano il catechismo nell’Unità pastorale di S. Stefano in Candelara e S. Maria dell’Arzilla. Formavano un bel gruppo i papà e le mamme che si erano riuniti in chiesa mentre i figli si apprestavano a percorrere la “Via Crucis” guidata dai catechisti e dagli scout. Attenti e partecipi, i genitori hanno espresso in modo semplice e spontaneo non solo la consapevolezza delle difficoltà del loro compito educativo, ma anche il desiderio sincero di trovare nella comunità parrocchiale un luogo capace di sorreggerli nella testimonianza della fede cristiana. Nel clima di dialogo sereno e aperto che si è creato, sono emersi vari spunti di riflessione. Perché educare alla fede? “Perché nessuno più di un genitore può incidere sull’educazione di un ragazzo”, ha giustamente risposto Maria Teresa. Ma non solo, ha precisato l’Arcivescovo. Occorre educare alla fede soprattutto perché il genitore è chiamato a trasmettere la vita nella sua interezza, e quindi anche nel suo significato. Come educare alla fede? “Attraverso l’esempio e la testimonianza” ha affermato Rodolfo. Una testimonianza – ha aggiunto mons. Coccia ripercorrendo i passaggi fondamentali della sua “Lettera alle famiglie” scritta in occasione della Pasqua dello scorso anno – che oggi è divenuta più complessa, perché non è più supportata, come in passato, da altri fondamentali luoghi educativi, quali la scuola e il quartiere. Ma come si può essere testimoni? È una questione di volontà, di sforzo personale? Non proprio. Per educare – e quindi per testimoniare – è necessario lasciarsi continuamente educare alla fede. Risulta così evidente quanto peso abbia la comunità parrocchiale nel favorire un’esperienza di cristianesimo che riempia la vita dei genitori, i quali tuttavia non possono esimersi dalla fatica che è loro propria e dalla responsabilità che a loro compete. “La Lettera alle famiglie l’avevamo letta, ma ascoltare le stesse parole direttamente a viva voce è un’altra cosa”, ha ammesso francamente Barbara. E a ragione. Perché se è vero che anche la lettura è uno strumento preziosissimo di incontro tra persone, è altrettanto vero che il dialogo diretto è in genere più efficace e riscalda maggiormente il cuore. È anche per questo che mons. Coccia continua a visitare le parrocchie e a incontrare personalmente le famiglie. Al termine della riunione, i bambini e i ragazzi, che nel frattempo avevano concluso la Via Crucis, sono entrati in chiesa e l’Arcivescovo ha invitato tutti a recitare una preghiera alla Madonna della Misericordia, il cui bellissimo affresco campeggia sopra l’altare maggiore di Santa Maria dell’Arzilla. Paola Campanini
Arcidiocesi di Pesaro
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